Arte

(pagina in allestimento)

Tratto da “Il Museo fuori dal Museo”

Edizione Lybra Immagine , 2005
Scrissi questo testo molti anni fa, per un testo specifico sulla dimensione del museo contemporaneo. Fu l’occasione per riflettere sulla dimensione dell’Architettura.
Queste pagine spiegano ancora il mio lavoro, la ricerca del sapere a cui mi sono abbandonata.
Un lucido piacere della mente e una segreta avventura dell’ordine come ho imparato da Borghes. E’ il modo più discreto di spiegare il senso di questa ricerca paziente.
Come mi ha insegnato Le Corbusier.

VOLONTA’ D’ARTE
''Al di là delle poesie, della musica, dell'architettura, quasi più forti di esse, è il fatto della rinuncia, la scelta del silenzio''

Alcuni anni fa lessi, tra le pagine lucide e patinate di una rivista di architettura, che “un architetto deve avere molto coraggio per liberare l’artista che è in sé”: non ricordo esattamente chi pronunciò quella che, allora, mi parve una verità universale.
Da quel momento incominciai a riflettere sul delicato gioco di equilibrismi che e’ l’Architettura e a chiedermi se essa potesse rinunciare al talento.

Ovvero: “essere” un talento od “avere” talento era solo un detto e contraddetto krausiano? Guardando la foto di Mies appoggiata al mio tavolo di disegno la risposta fu nel ricordo stesso di una sua esclamazione:“Costruite, non parlate”.
E’ una parola.

Costruire non è facile: fare della buona e dignitosa edilizia ancora di più
Confortata dalle pagine ingiallite di ogni libro di storia letto sapevo che l’Architettura é un'altra cosa: è tempo, é “musica congelata”, é silenzio.
Il silenzio è sempre stato una tentazione.
Forse, perché esso non è solo un atto di abbandono o di resa ma, nelle rare occasioni in cui si spinge oltre il linguaggio, IL SILENZIO diventa il luogo dove nasce l'arte.
L’eclissi del linguaggio.
L’assoluto della bellezza.
Mies continuava a guardarmi accigliato, con il mano il suo sigaro: continuavo a parlare.
Lo sguardo, in quel pomeriggio di pensieri effimeri, cercò l’immagine di Ronchamp appesa tra le pareti del mio studio, tra lucidi ingialliti, tra i miei dipinti, tra fiori e matite colorate. Sentirsi un artista poteva convivere con la quotidiana pratica del “saper fare Architettura?”
Se si considera il talento un difetto di carattere, forse, si.
E allora? Procediamo per assoluti.
LA FORMA SEGUE LA FUNZIONE.
La forma della mia espressione di donna segue la funzione per la quale, nella vita, ho deciso di fare l’architetto? Non avevo la risposta.
O meglio, non sapevo rispondere alla domanda: fai l’architetto o sei un architetto ?
L’unica cosa certa era la mia natura irrazionale.
L’idea dell’eroe tolstojano, capace di dedicarsi alla sua missione, con la sfiga di perire senza raggiungere la meta, non mi sembrava priva di una certa qual logica.
Una forma quasi autodistruttiva di compromesso.

Fu in quel periodo che decisi di rileggere “Silenzi Eloquenti” di Carlos Martì Aris: desideravo trovare scritto da qualche parte che l’affermazione dell’arte come contemplazione, come introspezione destinata alla conoscenza poteva travolgere anche
un “ buon geometra di campagna” laureato in Architettura, e non solo.

Mies e Corbu approvavano, ma, immortalato tra i disegni color seppia del suo tavolo da lavoro, il vecchio Frank mi guardava con un insopportabile sguardo indagatore.
La sola arte concepibile era l’architettura, la sua.
Chapeau.

Non avevo soluzione a quello che stava diventando dilemma, e non più riflessione.
Era assolutamente certa della possibilità di far convivere l’artista e l’architetto: ma come sentire il desiderio di dare espressione di sé e convivere con la quotidiana razionalità del fare della buona edilizia?

Quel pomeriggio, di alcuni anni fa, indispettita dallo sguardo di quei tre uomini attaccati al muro, decisi di zittire le loro parole mute con con la musica di John Cage, mi persi in uno dei labirinti di Borges raccontati da Arìs, e teminate le mie pratiche di accatastamento, decisi che avrei dato respiro al mio desiderio di arte.

Confortata dal fatto che pochi architetti sanno che cos’e’ un accatastamento ……iniziai a progettare “SILENZIO DI UN CONTRASTO”.
Iniziò la mia vita da artista.
Come Dott. Jeckil e Mister Hide imparai a passare dalle pratiche di una DIA all’allestimento di una mostra sensoriale.

Architettura, Arte, Musica, Danza, avevano, nel mio pensiero, per la prima volta, la stessa radice in un carattere specifico della conoscenza umana.
Quella dell’introspezione in sé stessi.
Ambivo a diventare un giocatore dalle perle di vetro.

Quel percorso, delineato dalla poesia, dalla musica, colorato dei toni accessi delle emozioni, fu una volontà di espressione.
“la vita é fatta di contrasti, il nostro sentire, il manifestarsi di ogni più intimo sussulto dell'anima. Difficile descrivere”, pensai.

“Prova”, mi dissi
Incominciai a rileggere pagine mai dimenticate, a dipingere, a dirigere quel laboratorio di danzatori, teatranti, di musici. Nel delirio di un vero allestimento architettonico, avevo deciso di affrontare la sintesi delle arti: “les arts ant rompu le lien les unissait et chacun d’eux, dans son isolement, s’est perverti”.
Ascoltavo Wagner e, di nascosto, Brahms. (ora ascolto sfacciatamente solo Mahler)
Era tutto in una nebbia di certezze.
Poi all’improvviso quel linguaggio immediato del sentimento, che andavo inseguendo, mi sembrò ben più di un allegoria.

“Basterebbe tacere…
perchè ad un silenzio si può attribuire un significato, il suo significato…
ma non solo….
Esso, come l'opera d'arte, é una costruzione complessa, ma non complicata, nella quale si riconoscono gli elementi che la formano.
Se le forti emozioni hanno il poter di lasciare muti, attoniti
come lo struggersi dei sentimenti
come La passione
così la musica, gli stati di felicità
la poesia
i volti scolpiti dal tempo
certi crepuscoli, certi spazi
vogliono dirci qualcosa
……. o lo stanno per fare
quest' imminenza di una rivelazione,
che non si produce, é, forse il fatto estetico e allora si comprende, intimamente,
che '' l'arte vera si compie in silenzio''

Capii che a legare il filo dei miei pensieri dovevano essere i contrasti che leggevo, semplicemente, negli stati emozionali del mio sentire e nel loro manifestarsi, a volte doloroso, a volte espressione di pura felicità.
I sentimenti, le emozioni, le paure, gli stati d’animo presero a rincorrersi, a contraddirsi, a negarsi. Sparirono nell’attimo in cui si insinuò il pensiero della rinuncia.

Ero tornata nel labirinto del razionale, nella sua tranquillità accomodante.
Ma qualcosa era scivolato leggero lasciando segni impercettibili.
(dubbio tra le righe : si potrà iniziare una frase con il ma….? )
Quei sentimenti si ribellavano al silenzio ,si affidavano a diari segreti, urlavano tra le pagine di un romanzo letto, nell’eco infinito di una poesia, uscivano ribelli dalla cassaforte della mia anima e si incidevano su quelle tele.

“La strada del dolore era stata seguita , ora dovevo consumare quella del piacere”- mi cantava Mina, sfidando la mia titubante consapevolezza.
Cominciavo a vivere di accenti, di profumi e di presentimenti.
Smisi di riflettere. L’arte, per chi la ama, per chi la fa, per chi é capace di lasciarsi incantare può divenire uno specchio dotato della magia del saper evocare.

Essa, nel momento stesso in cui mi abbandonai, fu in grado di affinare la conoscenza delle mie emozioni e di dischiudere, come per incanto, lo scrigno segreto della memoria.
Una madeleine di Proust.
Andai in scena, dopo aver disegnato, progettato, allestito, per mesi ,la forza di quell’emozione: “SILENZIO DI UN CONTRASTO” fu la volontà, forte, di rivelare un pensiero d'arte attraverso un percorso di immagini, legate dal filo della poesia, e dalla suggestione di una espressione pittorica.

Un percorso libero… perché le emozioni potessero rivelarsi tali… così in ogni dettaglio della realtà si trova il principio generale che vi soggiace…''

Fu allora che compresi il significato dell’Architettura.
Quella sera, tra artisti e teatranti, in quello spazio allestito tra raso e velari , compresi… perché tutto e' architettura… e perché '' tout retourne' a' la mer''

In un attimo, la musica, l'architettura, la danza annegarono in un'emozione sospesa: forse il senso autentico dell ''l’oeuvre d’art totale”.
Il gesto espressivo di ognuno di quei poeti trovò, così , il consenso, silenzioso, di chi lo ascoltava…. per caso. Il tema della sintesi delle arti di Wagner poteva confortare anche chi senza “essere” un talento, esprimeva la sua dimensione artistica, aprendo il dialogo, interagendo e comunicando.

Il desiderio di far prevaricare la superiorità del cuore sull’intelletto fu dirompente:

''I 'mi son un che quando
AMOR mi ispira ,noto e a quel modo
ch'e' ditta dentro , vo significando''
andavano recitando i teatranti scritturati, quasi come urlo scaramantico.

Conoscere, dialogare con quegli artisti mi insegnò ad affidarmi all’altrui talento, a risolvere l’ossessione del “progetto esecutivo”: essi comprendevano il mio non spiegarmi, andando oltre, creando qualcosa di loro.
L’arte, per la prima volta, non si sottraeva alla realtà: davo anche un senso agli accatastamenti. Feci trionfare l’irrazionalità, inseguii lo stupore, cercai di travolgere lo spettatore dalla fisicità del movimento, lasciandolo disperso nel labirinto del mio endocosmo, inseguendo lo scivolare di mille perle di vetro. Allestii lo spazio fisico di quel luogo e quello spirituale dei miei desideri.

Scelsi di non spiegare: lacerando il silenzio, come diceva Sartre, attraverso la Danza Essa cominciò dove la parola si arrestava.
In una poesia muta.
La danza, quella sera, rivelò tutto ciò che la musica racchiudeva

Fece vibrare il silenzio……
Come l'architettura e la musica era dipendente da una scienza matematica. E non e' forse questo un contrasto?
Danzare e' forse riempire un vuoto,é tacere l'essenza di un grido?
Questa consapevolezza vinse la timidezza, mi permise di osare,di comunicare, attraverso un nuovo linguaggio, la passione della ragione. Il mio essere architetto.
Il senso della libertà.
Ovvero quella supposta padronanza che un soggetto potrebbe esercitare su di sé riguardò il prendere una posizione di fronte ai moventi del sapere.
La cerniera tra desiderio e volontà.
Quello fu un punto di non ritorno.
Tornai alle mie pratiche catastali, alle mie case unifamiliari al piano, con la certezza, (se pur può apparire vaga) di poter ascoltare Bach e di seguito Schonberg ….

Qualche anno dopo.

Ho continuato a dipingere con la speranza che il mio cammino d’artista sia in grado di farmi affrontare l’Architettura, qualora essa mi si presenti all’occasione.
Committenti e costi permettendo: nonché una buona dose di fortuna.
Nel frattempo ho sostenuto lo sguardo ironico dei tre moschettieri appesi al mio studio di giovane architetto: li perseguito con il silenzio eloquente del mio dipingere di notte e architettare di giorno.

Cercando la semplicità del rivelarmi e non nascondendo la complessità del mio essere.
Un artista vive di complicazioni pratiche, ma, nell’attimo sfuggevole della sua espressione, può permettersi il silenzio.
Non deve subire quel fastidioso processo dello spiegarsi: quello per cui tante riviste patinate sostengono l’Architettura. Per cui devi illustrare, informare, delucidare.
“L’architecte s’e moi” può solo dirlo Le Corbusier.

Una domanda nasce tutto anzichè spontanea: Le Corbusier è morto d’artista?
Riguardo Ronchamp ed intravedo nel blu di quelle vetrate dipinte la risposta a tante incertezze. O a tante certezze.
Penso a Le Corbusier.
…e penso ad una mano aperta, e penso ad “una bottiglia …trovata tra gli scogli che contiene il nettare della musica”
Un architetto che si abbandona ad un lucido piacere del pensiero ed a una segreta avventura dell’ordine. Un’ idea comincia a prendere forma: un architetto può costruire il parallelo tra le arti, può spiegare quella sintesi che e’ l’oeuvre d’art totale?
Senza aver osato una mostra sensoriale ,forse, non sarei stato in grado di tentare di dare una risposta a questa domanda.
E forse, non andrei a rivedermi gli schizzi preparatori di Le Corbusier su Ronchamp cercando di capire perché egli sentì il bisogno di esprimere, attraverso quello spazio, la sua fragilità di uomo. L’essere architetto e non farlo.

Da questa riflessione é nata una lezione, come tante altre, al corso di Allestimento e Museografia della Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino, in un giorno di fine ottobre. L’incontro con un musicista, che é uno straordinario compositore, ha permesso di iniziare quest’avventura insolita per chi insegna: allestire una lezione e parlare della composizione musicale.

 

(continua su Architettura)