Design

“Un giorno chiesi ad un Architetto di scrivere sulla Forma. Egli, titubante a lasciare pensieri indelebili su carta, mi accontentò. Questa pagina, come poche, ri-vela. La definizione di design” è una questione normale. Il design parte dal bisogno.

Produrre un oggetto fatto da un altro oggetto, di quando l’architettura è subire il fascino della forma di un altro. La forma segue la funzione, ma chi è che segue la forma o meglio da cosa nasce la forma. La forma è un po’ come le parole non dette, percepite. La forma è una patina trasparente che riveste le molecole e le fa stare insieme con il senso del ventre e la tranquillità di chi non si chiederà mai come le cose possano essere arrivate fin lì, l’occhio che guarda l’oggetto ha la visione dell’infinito in pochi centimetri, come i millesimi di secondo tutti messi insieme di tutte le vite che l’oggetto cambierà con la sua presenza, il fascino dei respiri, dei pianti, del sesso, della paura, della gioia, della sorpresa, dell’odio, dell’incertezza, della solitudine, della soddisfazione, della fine, provati davanti, insieme, a causa o grazie all’oggetto sono l’oggetto, e sono la base dell’altro oggetto. E poi c’è il cambio, la meschinità diventa virtù, lo sfregio decoro, la vecchiaia garanzia, tutto ed il contrario di tutto, l’attenzione è a non cancellare, la forma diventa lo sforzo vero di chi sfrutta senza speculare, di chi ama, conosce, ama di più. Ripartire da qualche cosa: centimetri di pelle su centimetri di qualche cosa d’altro, il contatto, la comunicazione di chi ama. Cosa è una botte, perché una botte; una botte è una cosa che rotola, si muove o sta ferma a seconda di come decidi di metterla, la botte che sale sulla nave spinta da qualcuno vestito da pirata, piena di rhum (si dice che lo sciabordio delle onde fosse la condizione ottimale per l’invecchiamento del liquore), il vestito dello spiantato, pure in disgrazia (è una finzione cinematografica: troppo pesante), il legno fatto con il fuoco che ricorda un uovo, la botte è meno bella solo perché è nata dopo; l’uovo è l’oggetto più confortevole dal quale farsi contenere ed il più elegante dal quale farsi respingere. Il riuso; quando la barrique serve per metterci il vino dentro, e poi butti il vino e ci fai le sedie, il riuso di quando le tagliatelle saltate in padella ala sera sono più buone che a pranzo perché ormai la coreografia della gran portata non conta più, di quando non sei geloso della tua donna che è stata con altri prima di te perché da quando sta con te è un’altra cosa, che alla fine se qualcuno ti parla di forma e di funzione non sai più rispondere; la mia amica vicentina Titti un giorno arrivò a scuola con un pacchettino e quando la sua amica Robi le chiese che cosa avesse in quel pacchettino, lei lo aprì e mostro quello stronzo di cane dicendo “…me piasea la curva”. Forse hai ragione tu, il riuso per me è l’arte di non dare fastidio, o forse del non dare e basta, tengo in mano il barattolo yomo e continuo a pensare che le mani le hanno inventate dopo, e figuriamoci il telefono (da bambini parlavamo piano nel bicchierino con il filo ben tirato, perché dicevano che altrimenti non funzionava). Subire il fascino della forma è mettersi alla prova con la passione assoluta verso l’assurdo, voraci di sorpresa e disponibili allo stupore come un genitore davanti alle prima banali mosse del proprio erede. Mi parli delle mie sedie e dice cose che a me non sarebbero venute in mente mai: è una forma di riuso? E’ passione per la forma? E’ la forma, passione?

Michelangelo mi ha cambiato nome, mi chiama Marchio perché dice che visto che è facile finire a dir marchio dicendo Marco Torchio, tanto vale non correre rischi, ancorchè in azienda di un Marchio nuovo ne avevano pure bisogno; mi affascina pensare che se le cose ti cambiano, cambi anche nome, che un secondo cambi tutto, che se torni indietro è comunque di nuovo tutto cambiato, che un attimo di vino in più ed il legno è diverso, che un secondo di sole in più ed il colore è più sbiadito, che la tua pelle ha bisogno di acqua, che al tuo vocabolario devi aggiungere un termine, quello per quel nuovo momento lì.

Adesso schiaccio print, che fino a poco fa era solo il segnale per la stampa.